La carta del docente: indecente

Il problema, però, non è solo economico. La riduzione della Carta del Docente rappresenta soprattutto un segnale culturale. Un segnale che parla di scarsa considerazione per il lavoro degli insegnanti e, più in generale, di una progressiva svalutazione del ruolo docente.


Lunedì 9 marzo sarà nuovamente disponibile la Carta del Docente.
Ma quest’anno non torna come la conoscevamo: l’importo non sarà più di 500 euro, bensì di 383 euro. Significa 117 euro in meno e, come se non bastasse, con sei mesi di ritardo rispetto agli anni passati.
La spiegazione ufficiale è che la carta è stata estesa – e questo è certamente giusto – anche ai docenti a tempo determinato e al personale educativo. Tuttavia, a fronte di una platea più ampia, lo stanziamento complessivo è rimasto lo stesso.
Il risultato è stato semplice: dividere la stessa cifra tra più persone. In altre parole, si è scelto di dare un po’ a tutti togliendo qualcosa a ciascuno. Una redistribuzione che lascia l’amaro in bocca, perché dà la sensazione di aver tolto ai poveri per dare ad altri poveri. Il problema, però, non è solo economico.
La riduzione della Carta del Docente rappresenta soprattutto un segnale culturale. Un segnale che parla di scarsa considerazione per il lavoro degli insegnanti e, più in generale, di una progressiva svalutazione del ruolo docente. Parlo da insegnante. In questi anni ho sempre utilizzato quei fondi non per qualcosa di personale, ma per i miei alunni. Ho comprato albi illustrati e libri per arricchire la biblioteca di classe, testi per l’aggiornamento professionale, corsi di formazione sui temi più urgenti della scuola contemporanea. Ogni euro è diventato uno strumento per insegnare meglio, per offrire ai ragazzi nuove possibilità di incontro con le storie, con le idee, con il pensiero. Perché chi vive davvero la professione docente sa che non si smette mai di imparare.
L’insegnamento non è un mestiere statico: è un percorso continuo di studio, riflessione e aggiornamento. La formazione è la bussola che ci permette di orientarci nel mare della scuola, un mare vasto e complesso che negli ultimi anni appare sempre più spesso in tempesta. Nuove fragilità, nuove domande educative, nuove responsabilità.
Per affrontarle servono strumenti, tempo, studio. Quando un governo decide – dopo mesi di attesa e riflessioni – di ridurre l’investimento sulla formazione dei docenti, il messaggio che arriva è inevitabile: la nostra crescita professionale non è più una priorità. E se non è una priorità la formazione degli insegnanti, inevitabilmente non lo è neppure la formazione dei cittadini di domani.
La scuola non è solo un luogo dove si trasmettono nozioni. È lo spazio in cui si costruisce il pensiero critico, in cui i ragazzi imparano a comprendere il mondo, a interpretarlo, a sviluppare la propria personalità in modo libero e consapevole. Tagliare risorse alla formazione degli insegnanti significa, indirettamente, indebolire questo processo. Viviamo in un paese che troppo spesso sottrae alla scuola e all’istruzione per finanziare altro.
Le conseguenze ricadono sugli studenti, sulle famiglie e su chi ogni giorno entra in classe cercando di fare del proprio meglio. E fa ancora più male vedere come questa scelta venga presentata nella comunicazione pubblica come una sorta di “rivoluzione”, addirittura utile – si dice – per coprire spese come i trasporti.
Ma per chi la scuola la vive davvero, questa non è una rivoluzione. È semplicemente un passo indietro. E forse, con una punta di amarezza, viene da pensare che anche il nome dovrebbe cambiare.
Non più Carta del Docente. Da oggi, per molti di noi, somiglia molto di più a una carta indecente.

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